La questione britannica

«Be British, boys, be British». L’idea dell’Inghilterra che ha paura di affondare su Limes Lucio Caracciolo la rende con l’immagine del Titanic. «Quando durante la crociera inaugurale il Titanic, brillante colosso dei mari, nella notte senza luna e brillante di stelle della domenica 14 aprile 1912 impattò un iceberg e cominciò ad affondare, il destino di metà dei passeggeri e dell’equipaggio era segnato. Le scarse lance di salvataggio non li avrebbero potuti imbarcare. Mentre donne, bambini e uomini s’accalcavano a caccia di uno strapuntino sulle scialuppe, i fumaioli scaricavano il vapore in eccesso emettendo un lancinante sibilo e l’orchestra suonava Nearer, My God, to Thee, il capitano Edward John Smith, inglese delle Midlands Occidentali, esortava alla calma il suo equipaggio: “Be British, boys, be British”. Accanto a lui, sistemando con cura il suo smoking un ricco connazionale dichiarava: “Andrò giù ben vestito”.
La pubblicistica sul naufragio del Titanic indica nel censo il primo discrimine fra sommersi e salvati. I passeggeri di prima classe avevano qualche chance in più di sopravvivere. A temperare l’eccesso di determinismo economicistico hanno provveduto recentemente due ricercatori australiani e uno svizzero, pubblicando nel 2009 uno studio che suggerisce l’incidenza del carattere nazionale nella selezione tra vittime e sopravvissuti. Nel disastro morirono proporzionalmente più britannici che americani. Di norma, i primi facevano la coda per raggiungere le lance, i secondi sgomitavano».

«Gli inglesi hanno preso troppa pioggia per escogitare qualcosa di immaginifico» (Natasha Sulley, L’orologiaio di Filigree Street)

La situazione geopolitica europea è di una certa complessità. Non è possibile prevedere esiti, almeno nell’immediato. Tutto è ancora possibile. Anche un secondo Referendum. Ne abbiamo parlato con Arnaldo Gadola, membro del direttivo nazionale del PRI e candidato repubblicano nelle liste di +Europa alle ultime elezioni.

Annunci