Discarica Roma, tutti colpevoli

Una grande, ramificata discarica: montagne di sacchetti ammucchiati; cassonetti traboccanti di buste e cartoni, miasmi che si propagano ovunque. Sono le strade di Roma in estate, quando l’afa e l’afflusso turistico rendono intollerabile il problema rifiuti.
Come si è arrivati a questo punto? Perché in tanti anni non s’è fatto nulla? Quale soluzione è mancata? E sopratutto, di chi è la colpa?
Partiamo dalla fine, che poi si capisce il resto.
Non c’è un solo colpevole, ma tanti.
Il primo si chiama Ignazio Marino. Fu lui a chiudere subito Malagrotta, già nei primi 100 giorni del suo mandato, senza avere un piano concreto e credibile per il dopo. La mega discarica andava ormai sostituita, ce lo chiedeva anche l’Europa da svariati anni, ma è da folli rinunciare d’improvviso all’unico grande bacino di ricezione, se non hai pronta l’alternativa. È una questione di metodo e di buon senso, ma l’arguzia non è mai stata il suo punto forte. E così è arrivata ai posteri la patata bollente.
Però non finisce qui. Sul banco degli imputati c’è anche la Regione Lazio. Se Roma è competente sulla raccolta rifiuti e sulla gestione del ciclo nel perimetro del territorio urbano, è la giunta del governatore che predispone i siti di destinazione e smaltimento per l’intera regione. Il caso Roma esiste da tempo, e se la Capitale non lo risolve da sé, è chiaro che ha bisogno di una mano. Da ieri l’altro, non da oggi. Ed è evidente che finora non ci sia stata particolare solerzia per togliere le castagne dal fuoco.
E veniamo all’attuale amministrazione capitolina. Ha ereditato un grande problema, questo è chiaro. Ma cosa ha fatto per risolverlo? Praticamente nulla. Se ho un problema in casa, o sono in grado di superarlo da solo, o chiamo qualcuno a darmi una mano: insisto perché faccia presto, a costo di denunciarne l’inerzia; gli spalanco la porta d’ingresso, mi metto a totale disposizione, collaboro per trovare la soluzione. Il problema è anzitutto mio, prima che suo.
Invece il rapporto della Raggi con Zingaretti è sempre stato di diffidenza, polemica, sussiego. Mai nessun accordo: si poteva ampliare il termovalorizzatore di Colleferro, costruirne uno nuovo per Roma. Ma niente. Mentre tutto il mondo si arricchisce producendo energia dai rifiuti, qui siamo ostaggio dei tabù grillini. Se anche volessimo, serve troppo tempo, si è ripetuto (ma tre anni bastarono a Bertolaso in Campania): puntiamo a incrementare la differenziata, piuttosto. È lo stesso mantra ideologico di Marino. Ma mentre lui fu capace di aumentarla davvero (10 punti in due anni), qui siamo a poco più di zero: solo al 42% dopo tre anni, appena un punticino sopra il traguardo del predecessore. Perché a fronte delle tante chiacchiere, in concreto è mancata una politica in questo senso.
E quindi? Tra un muso, un diniego e una frecciata, si è attesa invano la mano dal cielo, restando inerti. E anche oggi che una mano dalla Regione è arrivata, l’unico obiettivo della Raggi è quello di polemizzare.
Se un amministratore, con pieno diritto, non vuole dipendere dalle decisioni altrui, c’è solo una strada. Fare da sé. Il territorio di Roma è grande e offre molti spazi aperti, lontani dall’abitato. Costruirvi un polo di smaltimento rifiuti e di produzione energetica ad uso esclusivo della Capitale non è impossibile. Basta volerlo e lavorarci su. Vienna e Berlino, con termovalorizzatori di ultima generazione, alimentano gratis l’energia dei loro ospedali. Parma è un esempio per il Paese.
Qui invece non c’è prospettiva, per il futuro. Siamo fermi a rimpallarci le colpe. E a poggiare l’ennesimo sacchetto indifferenziato accanto a un secchione stracolmo di cattivi odori.