Morte di un genio vero

Il dolore per la scomparsa di Ugo Gregoretti è aumentato dalla mancata consapevolezza del suo contributo alla cultura italiana del secondo dopoguerra, per prima la dirigenza Rai. Che non vi sia cognizione dell’importanza di Gregoretti lo dimostra il fatto che l’azienda di Stato è passata da Dickens a Camilleri, da Bulgakov allo sceneggiato trentennale Un posto al sole. Gregoretti comprese la necessità di educare un popolo, diseducato per vent’anni sotto il regime fascista utilizzando i nuovi strumenti di comunicazione di massa. Seppe divulgare con un’intelligenza unica opere che circolavano in èlite ristrette, propose un modello di televisione che richiedeva una formazione ed una intenzione, quelle di ampliare la visione provinciale dell’Italia repubblicana. Alla Rai hanno perso presto la prima e anche la seconda. Possiamo rimproverare a Gregoretti di aver accettato questo rifiuto generale del suo impegno con una specie di aristocratica rassegnazione. Lui avea preso una direzione, il Paese un’altra e tutto sommato la cosa non gli dispiacque. La voce del genio, diceva Hofmann, è dissonante.

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