Il Garibaldi dimenticato

Oggi è il 4 luglio. E va bene. Il 4 luglio del 1807 nasceva a Nizza Giuseppe Garibaldi. Che non è proprio l’ultimo arrivato. Perché al suo nome, al suo agire, è legata tutta la nostra storia nazionale. Perché intanto va subito detto questo: a parte le questioni storiche, che interessano gli storici, i Musei, figure come la sua appartengono all’immaginario collettivo, ‘fondativo’. Non sappiamo se il mito scriva la storia, ma questo lo sappiamo: il mito resta nella memoria, nella memoria di un popolo, che ritrova, nella sua genesi, l’orgoglio di appartenenza, l’orgoglio identitario.

O almeno dovrebbe.

Se dobbiamo partire da una sconfitta allora tanto vale partire da qui, dalle nostre origini confuse, dimenticate, quando non addirittura mistificate da chi quel passato non lo vuole. Perché dobbiamo dirlo: ci sono forze ideologiche, ancora oggi particolarmente in salute, ‘contro’ cui è stata fatta l’Italia.

Fu in una locanda di Taganrog, in Russia, che Garibaldi incontrò le idee di Mazzini. Le apprese da un uomo, Giovanni Battista Cuneo, detto il Credente (l’allusione era probabilmente alla Massoneria e non alla chiesa cattolica, visto che ne erano entrambi convinti seguaci). Sta di fatto che si innamorò. Lo considerò l’Emile Barrault italiano. «Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe», aveva scritto il francese e Garibaldi se ne fece carne e Mazzini divenne non una lettura ma una missione. E nelle sue Memorie annotò:

«Certo non provò Colombo tanta soddisfazione nella scoperta dell’America, come ne provai io al ritrovare chi s’occupasse della redenzione patria».

Giovanni Spadolini

Ma stiamo davvero dimenticando il Risorgimento? Lo abbiamo chiesto allo storico Antonino Zarcone, saggista e storico militare, tra l’altro a capo dell’ufficio storico dell’Esercito Italiano che da anni dedica i suoi studi al Risorgimento e alla tradizione repubblicana.