È ancora Keynes a indicarci il futuro

Si racconta che Vilfredo Pareto, un economista e sociologo del secolo scorso, durante un convegno a Ginevra, nel 1902, venisse più volte interrotto, e rumorosamente, da un suo collega dell’Università di Berlino, Gustav von Schmoller, a quei tempi un’autorità. «Ma ci sono leggi in economia?», gli chiedeva di continuo. Pareto tentò di ignorarlo e proseguì con la sua relazione. Il giorno dopo però, fingendosi un mendicante avvicinò per strada von Schmoller: «Mi perdoni, signore, mi sa consigliare un ristorante dove posso mangiare bene senza spendere niente?». «Abbia pazienza, non ci sono ristoranti così. Ma c’è un posto dove potete mangiare dignitosamente spendendo poco». «Allora ci sono leggi in economia!», osservò Pareto.

«L’economia non è una scienza esatta», scrive Giorgio La Malfa in un recente saggio.

Non c’è un modo per stabilire empiricamente come funziona un sistema economico, né vi sono test statistici che possano decidere al di là di ogni ragionevole dubbio se lasciato a se stesso il sistema economico tenderebbe ad avvicinarsi spontaneamente alla piena occupazione. I sistemi economici non possono essere osservati in laboratorio come i sistemi fisici e quindi è difficile replicare una situazione e prevedere, cambiando un parametro, cosa accadrà

Per questo il più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes, diceva che un buon economista deve essere al tempo stesso un matematico, uno storico, un uomo di stato, un filosofo. Una continua “osservazione vigile” che consentì nel 1936 la pubblicazione del suo capolavoro, la Teoria generale dell’occupazione, della moneta e dell’interesse, di cui La Malfa ha recentemente curato una ricchissima e curata edizione (con Giovanni Farese) per i Meridiani di Mondadori. Dopo la presentazione all’Accademia dei Lincei, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e quella all’ISPI con Romano Prodi e Ignazio Visco, l’appuntamento è ora per sabato prossimo alle 18.00 a Porto Santo Stefano, con il sindaco Francesco Borghini e Giuliano Amato.

John Maynard Keynes

«Keynes», spiega La Malfa, «non rifiutava il capitalismo in quanto tale. Rifiutava l’illusione che, da solo, il capitalismo fosse in grado di determinare la piena occupazione e più in generale una distribuzione soddisfacente del reddito. In sostanza coglieva i limiti del laissez-faire. Non fa propria la critica dei socialisti e dei comunisti al sistema di mercato in quanto tale. Non ne propone la sostituzione integrale con un diverso sistema. Ne vede i limiti e suggerisce modi di migliorarne il funzionamento».

E oggi noi abbiamo più o meno due schieramenti. «Da un lato si colloca chi crede che si debba tenere conto dei problemi dell’efficienza e della giustizia sociale e quindi, pur accettando il sistema capitalistico, ritiene che questioni come la disoccupazione, la povertà, le disuguaglianze di reddito sono problemi fondamentali dai quali non si può prescindere». Posizione vicina a quella di Mazzini per cui non bisognava rimanere schiavi dell’hegeliano ‘regno animale dello spirito’ perché gli economisti “non guardano che a fecondare le sorgenti della produzione senza occuparsi dell’uomo”. «Dall’altro si colloca chi pensa che si debba partire dalla intangibilità degli assetti proprietari del sistema economico, dal rifiuto della spesa pubblica, dall’imposizione di politiche di rigore e così via».

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