Un errore da eliminare

Una volta c’erano i maoisti di professione, ovvero coloro che allevati alla scuola marxista leninista, ritenevano la società borghese in quanto tale, democratica o meno che fosse, un errore da eliminare. La scuola comunista, come quella socialista, non aveva nessuna ambizione di costruire una società democratica, entrambe credevano nella dittatura del proletariato non nella democrazia. Socialisti e comunisti differivano solo sul metodo politico, non sugli obiettivi e quando all’interno della tradizione socialista, prima Bernstein, poi Rosselli, poi Saragat, infine Craxi presero le distanze del marxismo, tutti costoro vennero tacciati di social fascismo, per la verità Bernstein, da Lenin, solo di essere un cane. Chi dissentiva dalla purezza della dottrina si contamina con i nemici di classe. Poi socialisti e fascisti andavano a braccetto quando si trattava di attaccare il sistema democratico, ma poco importa. Importa che le origini del partito socialista, le stesse di quello comunista sono antidemocratiche. Poi c’è l’evoluzione della dottrina, tale che il termine socialista è quasi scomparso dal lessico politico italiano. Quando il premier francese Jospin chiese a D’Alema perchè il suo partito senza più un nome non si chiamava semplicemente socialista, D’Alema rispose che la parola socialista in Italia era impronunciabile. Se il socialismo sparisse dalla storia, non sarebbe un gran danno ed il nuovo partito che si è dato alla fine di una lunga peripezia il nome di democratico, poteva essere considerato un successo. Non fosse che invece di richiamarsi a colui che per primo nella storia d’Italia usò questo nome, ovvero Giovanni Amendola, nello statuto del Pd si citano Don Milani e Antonio Gramsci. Don Milani è un prete ed in quanto tale è fuori dall’ordinamento dello Stato, la Chiesa non ne fa parte. Quando un prete si costituzionalizza, Don Sturzo, opera un compromesso con la società laica, ne rispetta l’identità a condizione di cristianizzarla. I partiti popolari europei, così come la stessa democrazia cristiana, sono l’esempio di questo processo politico che può anche avere degli aspetti politici positivi e apprezzabili. Ma Gramsci era un trotskista, un uomo moralmente ammirevole, consegnato dal suo stesso partito a Mussolini per eliminarlo dalla scena e mettere in imbarazzo il duce, che amico della Russia sovietica desiderava mandarlo a Stalin che ovviamente non lo voleva, a Stalin piaceva solo Togliatti. Ma il pensiero di Gramsci restava quello di un marxista leninista convinto ad esempio che il Risorgimento italiano avesse una sola controindicazione, Mazzini. Non Metternich, non il papa, non il re, il bersaglio da colpire in tutto il Risorgimento per Gramsci è Mazzini, ovvero il profeta della democrazia pura in Italia ed in Europa. È impossibile possa essere Gramsci il referente ideale di un partito che si chiama democratico, a meno che per democratico si intenda la repubblica democratica tedesca di Honeker e della Stasi. Questo non significa che nonostante origini culturali così inquietanti, i partiti che vi si richiamano non possano poi distaccarsene e seguire politiche di buon senso. Purtroppo, lo si è visto persino nel labour britannico, ad un massimo di evoluzione corrisponde presto un ritorno involuto al proprio passato. La ragione è semplice e qui la Chiesa per una volta ci aiuta con Agostino, il passato non passa. Anche in politica quando si promette la tabula rasa, il peso del passato si fa sentire comunque. In un panorama desolante della vita italiana, fra partiti socialisti, cattolici, nostalgici, potremmo salvare quelli liberali, non fosse che i liberali in Italia erano monarchici, la Lega è stata una speranza e per un certo verso lo sono stati anche i 5 stelle. La Lega era un partito di protesta popolare concentrato in alcune zone del Veneto e della Lombardia contro la tassazione e gli sprechi del governo centrale. La lotta alle gabelle è alla base della tradizione repubblicana, in Francia come negli Stati del Papa. Amministra meglio il paese e non avevi la rivoluzione in Francia e la repubblica a Roma. Se ci davamo un governo serio ed efficace nel 1992, la Lega restava al tre per cento. Il fatto che oggi sia arrivata al 40 per cento, così come ci sono arrivati i 5 stelle, e prima ancora Berlusconi e Renzi, non è frutto di un’azione armata, ma dell’esasperazione degli italiani verso i partiti ideologici, i partiti di Berlusconi e Renzi erano infatti solo partiti padronali. Questo non significa ovviamente che le politiche della Lega o dei 5 stelle, la cui base democratica è più discutibile, in quanto la loro leadership autentica non si presenta al voto, siano giuste e condivisibili. Ma l’assenza di una definizione ideologica di questi movimenti consente comunque loro una rapida evoluzione. La lega prima era secessionista, poi federalista, adesso populista, domani chissà. Salvini era filo Putin, ora è filo Trump e sostiene persino Netanhyau, esempio raro nel panorama governativo italiano nel suo complesso. Salvini e la lega cambieranno ancora, magari in peggio, ma il loro presupposto è la ricerca di una sintonia con la maggioranza dell’elettorato. Non è che si può dire che il 40 per cento degli italiani siano imbecilli e antidemocratici e tanto meno dire che gli strumenti con cui la Lega ottiene il consenso non siano perfettamente congrui alla vita repubblicana. Se non condividiamo le politiche della Lega, nessuno ci perseguita. Attenzione solo a non prendere sul serio il fatto che la legittimità di un governo in Repubblica nasca sulla base di una maggioranza parlamentare espressa in un libero voto. Altrimenti avevano ragione i maoisti a contestare il fondamento della legittimità democratica prevedendo le conseguenze che questo può comportare proprio sotto il profilo dell’ordine pubblico. Le Brigate rosse ritenevano ingiuste le leggi dello Stato, lo Stato, gli uomini dello Stato e furono conseguenti con il principio di giustizia che volevano promuovere, al di fuori, quello si, di una qualsiasi legalità repubblicana.

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