Libertà ed uguaglianza. In che senso si può rileggere Hegel partendo da Mazzini

Ha fatto bene Riccardo Bruno nei giorni scorsi a ricordare una grande figura del pensiero come quella di Hegel. La Filosofia fa di questi scherzi. A volta accomuna insospettabili, eroi che non avresti detto. Certo accostare Mazzini ad Hegel è ardito. Eppure argomenti di riflessione ce ne sono. A partire dall’originale, e comune, concetto di libertà. Entrambi riescono a immaginare un vivere insieme fatto di “libertà”, uno Stato, cioè, che è la sua sostanza etica. Hegel viene normalmente presentato con questa letture che in realtà è un pregiudizio: lo Stato forte che si impone all’individuo. Ma non esiste in Hegel uno Stato esterno agli individui che lo compongono. Uno stato ‘imposto’, estrinseco alla libertà. «Ognuno di noi ha il diritto infinito di dispiegare se stesso», dice Hegel. E ’dispiegare’ è più o meno ‘mettere al mondo’. Ma la società di atomi liberi, una società che garantisca diritti senza parlare di doveri, è un ‘regno animale dello spirito’, quello che si rischia è quanto Kant chiamava l’ ‘insocievole socievolezza’, cioè una società senza etica è sempre sul punto di sciogliersi. La natura umana ‘si fa’, ‘nasce’ nello Stato e la libertà è il mattoncino di cui lo stato è composto.

Uno Stato, ecco di nuovo Mazzini, non si può costruire a partire da una classe sociale soltanto, il grande limite del Marxismo e delle rivoluzioni che immaginano un soggetto rivoluzionario e una parte del tessuto sociale che è ‘contro’. Uno Stato deve essere l’armonica composizione delle sue parti. Un’immagine che ci ha ben consegnato un hegeliano come Bertrando Spaventa.

«L’idea che la maggioranza possa incarnare la volontà generale è la maggiore fonte di prevaricazione da parte del potere politico nei confronti dei cittadini, paradossalmente proprio nell’intenzione di tutelarne la libertà: quella volontà generale cui manchi il consenso anche di uno solo dei cittadini, perciò stesso decade a semplice maggioranza; per definizione una cosa è la maggioranza, cosa ben diversa è la volontà di tutti e di ciascuno. La regola della maggioranza dà sempre vita ad una tirannia, poiché al momento del voto la minoranza, fosse anche il 50% meno uno, non conta nulla: ad essere artificialmente cancellata è tuttavia una parte della società che in realtà esiste ed agisce. Autentico problema della maggioranza è quello di essere costitutivamente incapace di rispecchiare la reale volontà generale: inevitabile la discrepanza tra una politica in cui opera la maggioranza e la società in cui a muoversi è l’autentica totalità».

Certo, un concetto di democrazia che va oltre la democrazia stessa. La democrazia compone, media e il telos, almeno quello, è che il rispetto dell’autonomia individuale è qualcosa che spetta a tutti, anche alle minoranze. Questa è la Tolleranza che l’ottocento italiano ereditava dalla cultura europea e che doveva difendere dai cattolici: la cultura dell’altro. L’altro inteso come arricchimento del pensare, e non un corpo estraneo da sopportare. Forzando Spaventa in senso mazziniano: il Popolo è la realtà collettiva, il luogo d’azione in cui lo Spirito si fa storia.


E ancora. Mazzini non è liberale. O almeno, oggi diremmo, non è liberista. Il mercato ha la sua importanza, la proprietà è “buona e giovevole” quando “segno e conseguenza di un lavoro compiuto”, e quindi al tempo stesso “sprone” al lavoro e “pegno di miglioramento progressivo”. Eppure è qualcosa da allontanare quando si perdono valori quali l’armonia e l’uguaglianza. Quando è il denaro ad essere indice di “ingegno e virtù”. È la politica che controlla l’economia, come in Hegel, non se ne fa schiava. Lo Stato è quello che costruisci a partire dal Regno animale, quelle forze le controlli e le superi, non ne sei vittima rassegnata. Ed è, ancora Mazzini, a guardare “sdegnoso” la “proprietà dell’ozioso accumulata nelle sue mani per lavoro altrui e giacente infruttifera e corruttrice”, mentre la fame uccide il suo simile. La società dove l’umanità abdica al denaro e alla concentrazione illimitata, senza misura, della ricchezza è una società “costituita dall’arbitrio, diseredata d’affetti” che è, come in Hegel, un qualcosa per animali, “pel soddisfacenti dei bisogni fisici, e per una serie monotona d’operazioni indispensabili all’esistenza”. Interpretare oggi questi valori, vuol dire dialogare con i liberali, sapendo di essere diversi. Accettare il capitalismo non vuol dire assumerlo acriticamente. Per questo Keynes, nel Novecento, è la più organica e coerente prosecuzione di una visione che mai vuole essere astratta utopia.

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