A 75 anni da Bretton Woods

Bretton Woods, sono passati 75 anni dalla Conferenza che ha declinato l’assetto economico del secondo dopoguerra. E Giorgio La Malfa, con Giovanni Farese, è intervenuto sul Corriere della Sera, per spiegare le differenza tra il piano concepito da Keynes e quello del sottosegretario White che finì per prevalere.


«I due piani, oggetto di lunghi e spesso aspri negoziati, avevano in comune la scelta di un sistema di cambi fissi che evitasse le svalutazioni competitive e il ricorso al protezionismo degli anni fra le due guerre. Differivano, però, su molti aspetti essenziali. Keynes puntava a eliminare l’oro come mezzo di pagamento internazionale. Proponeva una Clearing Union che avrebbe emesso una moneta sopranazionale, il bancor, in base alle esigenze dell’economia mondiale. Gli Stati Uniti, usciti dal conflitto in posizione di forza, intendevano invece collocare il dollaro al centro del sistema, nel ruolo che la sterlina aveva avuto nell’Ottocento. Prevalse il punto di vista americano, anche se l’ispirazione di fondo rimase quella di Keynes».


Si finì per optare per un sistema di cambi fissi, modificabili, basato sulle parità rispetto al dollaro delle monete partecipanti e soprattutto sulla garanzia di convertibilità del dollaro in oro al cambio di 36 dollari l’oncia. Il Fondo monetario e la Banca mondiale avrebbero dovuto favorire lo sviluppo nella stabilità del sistema.


«Il Fondo», scrive La Malfa, «avrebbe fatto prestiti ai Paesi con squilibri strutturali di bilancia estera, affinché l’aggiustamento potesse avvenire senza abbandonare i cambi fissi, ma senza la necessità di politiche troppo restrittive che avrebbero inciso sui livelli di occupazione e di reddito. La Banca mondiale avrebbe aiutato lo sviluppo delle aree depresse, sia dei Paesi avanzati (come il nostro Mezzogiorno) sia dei Paesi arretrati. Keynes sapeva bene che gli errori di Versailles avevano propagato i loro effetti fino a spianare la strada a Hitler e ai regimi autoritari. Gli accordi di Bretton Woods dovevano servire a salvare, oltre che il capitalismo, anche la democrazia».


Tutto funzionò alla perfezione per almeno una trentina di anni. Sono gli anni d’oro per le teorie Keynesiane che, a semplificare, dicevano sostanzialmente questo: che i processi economici si accompagnano, si governano. Non si è schiavi di leggi irrazionali. Una lezione che è valida ancora oggi, questo quanto Giorgio La Malfa va ripetendo da sempre. «I persistenti squilibri all’interno dell’Unione monetaria europea, dove l’onere dell’aggiustamento è posto esclusivamente a carico dei Paesi in deficit, conferma che quella di Keynes è una via obbligata».

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